Un team che non funziona ti costa due volte. La prima la vedi: ritardi, errori, clienti che
chiamano arrabbiati. La seconda no: sono le ore che passi a gestire tensioni invece di far
crescere l’azienda.
E qui una cosa va detta subito: se ti riconosci in quello che leggerai, non significa che hai
sbagliato qualcosa. Significa che gestisci persone vere, con abitudini vere.
Alcune cose puoi iniziare a provarle da subito, e te le indico. Altre toccano dinamiche più
delicate, dove servono strumenti specifici ed esperienza: intervenire senza metodo, in quei
casi, rischia di peggiorare la situazione invece di sbloccarla.
Il punto di partenza vale per tutti e tre i casi: i comportamenti che osservi ogni giorno sono
solo la punta dell’iceberg. Sotto ci sono abitudini, emozioni e convinzioni sedimentate nel
tempo. Se lavori solo sulla superficie, i problemi tendono a tornare.
Per andare più in profondità serve una condizione precisa: un ambiente protetto, senza
giudizio, dove smettere di ragionare per “giusto o sbagliato” (che invece spesso è
interpretabile) e iniziare a distinguere ciò che è utile per i risultati dell’azienda da ciò che è
controproducente.
Nessuno sul banco degli imputati.
Ti porto tre situazioni concrete. Le ho viste, con nomi diversi, in decine di aziende tra
Toscana, Emilia e Umbria.

1) DUE COLLEGHE CHE SI PARLANO SOLO PER EMAIL (A TRE METRI DI DISTANZA)
Caso reale: ufficio amministrazione di un’azienda metalmeccanica.
La responsabile acquisti e la contabile lavorano nella stessa stanza. Non si rivolgono la parola da mesi. Comunicano per email, mettendo in copia il titolare, con frasi tipo: “come già segnalato in data…”.
E poi succede che una fattura fornitore rimane ferma venti giorni perché nessuna delle due vuole fare il primo passo. Il fornitore blocca le consegne. La produzione si ferma per mezza giornata.
Attenzione: nessuna delle due è “la cattiva”. Sono due professioniste competenti dentro un’abitudine che si è cristallizzata nel tempo.
Non è questione di stabilire chi ha ragione: scriversi email a tre metri di distanza e non parlarsi è controproducente per l’azienda. Punto. Senza alcun giudizio sulle persone.
Questa è la più delicata delle tre situazioni.
Un confronto improvvisato, parliamo della classica riunione “adesso vi chiarite”, spesso genera l’effetto opposto: le persone si irrigidiscono e il conflitto va ancora più in profondità.
La sequenza che funziona meglio è un’altra:
- Colloquio individuale con ciascuna
Non per fare il processo, ma per riconoscere a ognuna il valore del suo lavoro e capire qual è il vero nodo da sciogliere che si trova sotto la superficie. Spesso il conflitto è nato da un episodio apparentemente banale di anni prima, mai chiarito. - Conoscenza approfondita, non convivenza forzata
In questo step uso spesso il Brain Brief Profile di Six Seconds: fotografa come ciascuna persona elabora le informazioni, prende decisioni e gestisce le emozioni. Quando le due colleghe scoprono, per esempio, che una decide rapidamente e in modo più istintivo mentre l’altra ha bisogno di dati e tempo, tanti “lo fa apposta per ostacolarmi” possono diventare “funzioniamo in modo diverso”.
E nessuna delle due deve ammettere colpe. - Confronto guidato in ambiente protetto
Ci devono essere regole chiare: non si cerca il colpevole, si distingue ciò che aiuta i risultati da ciò che li frena. Tenere davvero protetto quello spazio, gestendo i silenzi, le frecciate, le emozioni che salgono, è compito del coach.
Un alleato in più, in questi casi, è il coaching individuale: un percorso one-to-one con una delle due persone, o con entrambe separatamente, permette di lavorare su convinzioni e reazioni emotive che in un contesto di gruppo difficilmente emergerebbero.
A volte è proprio lì che il nodo si scioglie.
Nel caso della metalmeccanica, il nodo era una modifica di mansioni fatta anni prima senza spiegazioni.
Non sono diventate amiche. Ma la fattura successiva è passata in due giorni, e oggi si parlano.
2) “ABBIAMO FATTO TUTTO SECONDO PROCEDURA” (MA IL CLIENTE È FURIOSO)
Un cliente segnala un guasto su un macchinario.
Il tuo tecnico risponde entro i tempi previsti, apre il ticket, ordina il ricambio e lo spedisce come da procedura. Tutto corretto, tutto tracciato.
Tre giorni dopo il cliente chiama furibondo: il macchinario è ancora fermo, la sua produzione è bloccata e nessuno l’ha mai richiamato per dirgli quando sarebbe ripartito.
Chiedi al tuo tecnico.
Risposta: “Ho fatto tutto quello che prevede la procedura.”
Ed è vero.
Il compito è stato eseguito. Ma il risultato, ovvero il cliente informato della situazione e la macchina che riparte il prima possibile, non è stato ottenuto.
In superficie vedi un collaboratore che “si nasconde dietro la procedura”. Sotto può esserci un’abitudine costruita negli anni, magari in ambienti dove chi usciva dal seminato veniva ripreso.
Anche qui non serve chiedersi chi abbia ragione. Serve chiedersi se quel modo di lavorare è utile o controproducente rispetto al risultato che l’azienda vuole ottenere.
Cosa puoi provare già domani
- Dai l’obiettivo, non solo l’azione
“Gestisci il ticket” diventa: “il cliente deve sapere entro oggi quando riparte la macchina, e dobbiamo fare il possibile perché riparta il prima possibile”. Sembra pignoleria. È formazione. - Cambia la domanda nei feedback
Non “cosa hai fatto?”, ma “cosa hai ottenuto?”. Provala per una settimana e guarda cosa succede. - Lega i premi agli obiettivi
KPI chiari per persona, verifiche periodiche, incentivi sui risultati individuali e di squadra.
Un avvertimento da chi lo fa di mestiere: se l’abitudine a eseguire è radicata da anni, cambiare solo il modo di delegare può non bastare.
Le persone hanno bisogno di sentirsi sufficientemente al sicuro nel prendersi responsabilità in più.
In questi casi, un’attività di Team Empowerment può diventare uno strumento molto potente: in un percorso strutturato il team impara insieme, in un contesto protetto, a ragionare per obiettivi.
La nuova abitudine ha più possibilità di tenere perché non è soltanto una regola imposta dal capo: diventa un modo di lavorare che il gruppo contribuisce a costruire.
3) COMMERCIALE CONTRO PRODUZIONE: “NON È COMPETENZA MIA”
Il caso forse più costoso.
Il commerciale promette al cliente la consegna in tre settimane. La produzione, che lo scopre a ordine firmato, ne ha bisogno di cinque.
Il cliente riceve il materiale in ritardo e la colpa rimbalza:
“loro vendono cose impossibili.”
“loro non si organizzano.”
Anche qui, fermati un attimo prima di cercare il colpevole.
Entrambi i reparti stanno facendo il loro lavoro come l’hanno sempre fatto. Il conflitto nasce da un vuoto: nessuno ha mai definito con precisione il passaggio di consegne.
Chi verifica la fattibilità prima dell’offerta? Chi comunica le date? Chi dà la conferma definitiva?
L’ambiguità genera sospetto, e il sospetto genera trincee. E le trincee, alla lunga, non aiutano i risultati.
Cosa fare
- Mappa le esigenze reciproche
Metti i due reparti allo stesso tavolo, in un contesto dichiaratamente privo di giudizio, e fai elencare a ciascuno cosa gli serve dall’altro per lavorare bene. Nel caso sopra, alla produzione bastava una verifica di capacità produttiva prima della firma. Cinque minuti di telefonata. Nessuno l’aveva mai formalizzata. - Definisci il passaggio di consegne
Responsabilità, tempi, strumento. Scritto. “Il commerciale invia la richiesta di fattibilità, la produzione risponde entro 24 ore, la data confermata va nell’offerta.” Fine delle interpretazioni. - Regola di fine riunione
Ogni meeting si chiude con tre risposte: chi fa cosa, entro quando e con quale obiettivo. Se manca una delle tre, la riunione non è finita.
Una precisazione onesta: la parte di processo puoi impostarla anche da solo.
Ma se tra i due reparti si è accumulata sfiducia, il processo scritto da solo potrebbe non bastare a scioglierla. Le persone possono rispettarlo formalmente senza cambiare davvero il modo in cui collaborano.
Anche qui un’attività di Team Empowerment può essere un abilitatore importante: si lavora sulla fiducia tra i reparti e, contemporaneamente, si costruiscono regole operative più chiare.
Quando la sfiducia è già elevata, limitarsi a introdurre un nuovo processo rischia di risolvere soltanto una parte del problema.
IL COACHING DI TEAM NON SERVE SOLO QUANDO QUALCOSA SI ROMPE
C’è un equivoco che incontro spesso: pensare al coaching di team come al carro attrezzi, da chiamare solo quando il motore è fermo.
Sì, serve anche a quello, e i tre casi che hai appena letto lo dimostrano. Ma limitarlo alla risoluzione dei problemi significa usarne solo una parte del potenziale.
Nelle aziende dove abbiamo lavorato con team già “sani”, il percorso ha fatto un’altra cosa: ha alzato il livello.
Persone che collaboravano per necessità hanno iniziato a farlo per scelta.
Team che reggevano bene la routine hanno trovato maggiore coesione anche nei periodi di extra lavoro, nelle commesse impreviste, nei cambiamenti organizzativi, quindi quei momenti in cui, spesso, le squadre iniziano “a sfilacciarsi”.
Il gruppo si compatta e la performance può salire: non perché qualcuno spinge di più, ma perché una parte dell’energia che prima si disperdeva in attriti non detti viene indirizzata verso la stessa direzione.
È la differenza tra riparare e allenare.
Nessuno aspetta l’infortunio per iniziare ad allenarsi.
DA DOVE PARTIRE
Il problema, nelle aziende, sono i processi e sono anche le persone: le loro abitudini, i modi di reagire e le dinamiche che nel tempo si sedimentano fino a diventare invisibili a chi ci vive dentro.
Per scioglierle serve andare più in profondità, con gli strumenti giusti, l’esperienza per usarli e un contesto nel quale le persone possano confrontarsi senza sentirsi messe sotto accusa.
E serve sostituire la domanda:
“Chi ha ragione?”
con una molto più utile:
“Questo comportamento è utile o controproducente per i nostri risultati?”
Se ti sei riconosciuto in almeno una di queste tre situazioni, o se semplicemente senti che il tuo team può dare di più, il percorso Team Empowerment è quello che ti serve: una diagnosi delle dinamiche reali, conoscenza approfondita delle persone attraverso gli strumenti Six Seconds e interventi mirati su fiducia, conflitto, impegno, responsabilità e risultati.
Richiedi una consulenza gratuita e ricorda: Il metodo batte il talento quando il talento non ha metodo.